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Fuori tema: presidentessa altrove

A marzo ho aspettato per due ore al freddo per cercare di entrare ad una conferenza che Michail Gorbaciov avrebbe tenuto qui a Lipsia per presentare il suo libro di memorie. Perché 80 anni è il tempo giusto per le memorie, i bilanci. Come molti altri, io ero lì per vedere dal vivo un pezzo di storia.
Gorbaciov è nato nel 1931 quando Giorgio Napolitano, nuovo presidente della Repubblica, aveva già circa sei anni.

Io ho sempre pensato e detto di vivere all’estero per una scelta personale, per una “vocazione” ad essere straniera. Insomma, la mia non è mai stata una scelta “per non vivere in Italia”, anche se di motivi per chi è nato negli anni 80 ce ne sarebbero stati.

Posso dire che è la prima volta in più di sette anni che mi viene da pensare e dire ad alta voce: sono contenta di non vivere in Italia.

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Il mio voto

Ho scritto questo post per un altro blog tematico e collettivo che sta muovendo i primi passi. Non abbiate fretta, quando sarà il momento ve ne dirò più.

“Apro la busta proveniente dall’ambasciata non appena entro in casa: è il plico elettorale per votare come italiana all’estero. Mi piace votare. Sarò ingenua, ma mi sento sempre un’eroina. Vado a votare sempre e capisco poco -giusto per non dire niente- chi non lo fa o non si informa per farlo. Non vedo l’ora di ottenere una seconda cittadinanza per esprimere il mio voto una volta di più. Saranno i paesi che ho visitato, dove non si vota o dove il voto non conta niente. Sarà che una volta in Cina mi hanno chiesto: ma come funziona da voi il voto? E mi sono sentita l’ambasciatrice della democrazia.

Sarà. Ma le schede elettorali sembrano fare di tutto per farmi passare la voglia.

Delle nove liste che si presentano per le elezioni alla Camera nella mia circoscrizione (Europa) la situazione è questa:

Hanno metà candidati donne: “Sinistra Ecologia e Libertà” (5 su 10); “Partito Comunista” (3 su 6)

Hanno da meno della metà a un quarto di candidate: “Rivoluzione civile” (4 su 10) PDL (3 SU 10); “Partito Democratico” (3 su 10);

Hanno un quinto o meno di candidate: “Fare per Fermare il Declino” (1 su 7); “MAIE Italiani all’estero” (2 su 10); “Movimento 5 stelle” (1 su 10)

Non hanno candidate: “Con Monti per l’Italia”

Per il Senato (perché sì, ho più di 25 anni!) non va meglio:

Solo candidate donne: “Partito Comunista” (2 su 2)

Metà candidate: “Movimento 5 stelle” (2 su 4)

Un terzo di candidate: “Con Monti per l’Italia” (1 su 3)

Un quarto di candidate: “Rivoluzione Civile” (1 su 4); “Partito Democratico” (1 su 4); PDL (1 su 4);

Non hanno candidate: “Fare per Fermare il declino”

Come faccio a pensare che questi partiti abbiano a cuore la parità di genere se non si prendono la responsabilità di praticarla? Mi sembra che non mi vogliano, che non ci vogliano. Mi resta la magra consolazione che noi italiani all’estero abbiamo diritto ad esprimere la preferenza per un candidato, quindi possiamo almeno in parte da elettrici provare a bilanciare la situazione. Di certo la soddisfazione di buttare la scheda nella spazzatura, di disertare l’urna in silenzio perché non so proprio chi votare, non la darò a nessuno.”

L’altra donna

Quest’estate sono stata ad una “super” conferenza di super italiani. Non guardatemi così, si sono autodefiniti tali. Molti presunti, alcuni effettivamente super, cioè persone normali che fanno cose straordinarie.
Detta più semplicemente era una evoluzione della convention politica dove però il politico ha avuto l’intelligenza di capire che è molto più utile per tutti invitare coloro che hanno qualcosa da dire anche se non sono d’accordo con lui (si capisce che mi metto in questa categoria?)

Devo dire che sono contenta di aver partecipato a questo progetto e penso che tornerò in futuro, se me lo chiedono.
Perché in questo evento a metà fra la conferenza all’americana e la festa dell’Unità (o dell’Amicizia, fate voi) c’erano davvero persone interessanti. Però c’erano poche donne.

Quelle che c’erano erano in media affermate professioniste o sulla buona strada (eccomi di nuovo). Imprenditrici, politiche, scrittrici, giornaliste, scienziate, dirigenti.

La maggior parte erano molto belle (si vede che mi ci metto anch’io?) Però, sarà il mio sguardo che viene dall’estero, sarà che qui la donna di potere è Angela, con la gh. Sarà. La maggior parte di queste professioniste italiane mi ha messo infinita tristezza.

Perché oltre alle lauree sbandieravano minigonne, messe in piega, boccoli, scollature, lifting, fondotinta, seni pneumatici, e sempre più di uno alla volta.
Mi direte, proprio tu che hai comprato l’ultimo paio di pantaloni nel 2006 (e solo perché erano di Armani, ci tengo a precisarlo) e hai usato tanti tacchi che quando cammini scalza ti sembra che i talloni entrino nel pavimento?

Sì, proprio io. Perché ritengo che ci sia un limite, talvolta difficile da vedere, soprattutto per chi ci cammina sopra, fra femminilità, bellezza e l’essere sessualmente aggressive.

Certo che puoi vestirti come vuoi. Ma se sei la responsabile delle risorse umane di una multinazionale ed i tuoi boccoli castani con meches arrivano a lambire l’orlo della minigonna c’è qualcosa che non va. Se hai un corpetto “effetto burlesque” per uscire con le amiche va benissimo, ma se te lo metti per una riunione di lavoro, c’è qualcosa che non va.

Siamo quello che facciamo vedere. E mi dispiace ma le donne italiane fanno vedere le cose sbagliate e così facendo propongono modelli sbagliati. Quando è nata l’altra donna? Questa donna che nasconde la laurea dietro agli stiletto? Perché questa donna è italiana?

La fuggitiva

Questo post è scritto in risposta ad  un post del Fatto Quotidiano  sui giovani italiani che lasciano il Paese. Il post di Dino Ameduni,  esperto di nuovi media (lo dico senza ironia: io sono “giornalista multimediale” fai un po’ tu) è stato commentato da moltissimi lettori, eppure dopo averne letti un po’, taluni sensati, altri feroci, taluni condivisibili, altri raccapriccianti, mi sono sentita un po’ sola. Mi sembra che solo l’autrice del blog A mezzogiorno  la pensi un po’ come me.

Lo so, arrivo in ritardo ma… sono sempre in viaggio!

Quando vivevo a Parigi non potevo sopportare gli italiani che non facevano altro che lamentarsi dell’Italia e come te mi dicevo che se avevano tanto da lamentarsi, avrebbero fatto meglio a restare e cercare di cambiare le cose perché altri non dovessero partire incattiviti come loro.

Il tuo discorso però mi sembra tanto riduttivo quanto mi sembrava il loro.

Particolarmente riduttivo (e anche un bel po’ nazionalista) definirci in base alla nazionalità, addirittura campanilista attaccarsi alla nostra città d’origine, per cui se sei di Bari, il tuo dovere è di restare a Bari, finché Bari non sarà un posto migliore.

Perché l’”italianità” dovrebbe pesare di più di tutto il resto? Perché si ha ancora il bisogno di definirsi tramite le nazionalità?

Sostenere che restare in Italia è mia responsabilità di giovane italiana significa negare o mettere in secondo piano ogni altro aspetto di me, di noi. Significa negare la nostra responsabilità di medici, ingegneri, giornalisti, ricercatori, di donne, genitori, europei, adulti.

Non vedo perché coloro che come te e me credono di poter cambiare le cose debbano farlo “da casa”, pena essere tacciati di egoismo.

Ad esempio io talvolta penso che sia una mia responsabilità di donna contrastare le ineguaglianze di genere. Magari miglioro l’Italia mostrando (e non sono la sola) che ci sono giovani donne italiane che non aspirano a farsi mantenere da un vecchio ricco amante.

Hai ragione, abbiamo il diritto di provare a cambiare in meglio (o talvolta a non contribuire a peggiorare) la società per tutti, ma non vedo perché sia meglio farlo da Agrate Brianza né perché il mio impegno debba concentrarsi sull’Italia, invece che su altri Paesi, su altri temi, su altri diritti, sull’Europa. Sono egoista per questo?

Chi parte è costretto dalle circostanze o egoista.
Potrei risponderti che dal mio punto di vista la maggioranza si lamenta, poi va ad abitare a due metri da mamma e papà che li sollevano dagli oneri del quotidiano e se la prende con chi se ne va.

Scrivo in transito fra l”Inghilterra e la Germania, domani e dopodomani lavorerò a Southampton, la settimana prossima invece a Milano. Quando mi chiedono dove abito rispondo: questo mese a Londra (Lipsia/Parigi o altrove). Mannaggia: sono una delle peggiori fuggitive, anche perché mi posso permettere di viaggiare comoda.

Eppure io non mi sento in fuga. Sono in partenza. Non sono scappata da niente, non sono neanche andata in cerca di un futuro migliore che credo avrei avuto anche restando in Italia.
Perché come te credo che sia possibile restare e costruirselo quel futuro. Ma semplicemente non è il mio.
Per te andare a Roma è un viaggio, vivere a Milano è emigrare. Per me andare a Lipsia, Londra, Parigi, Milano è tornare a casa.

I miei figli potranno avere tre passaporti e magari nasceranno in un Paese quarto: sarà un bel problema spiegare loro dove dovranno restare. In Europa,  potrei abbozzare, eppure non avrei nulla da dire se decidessero di migliorare il mondo partendo dal Venezuela.

La tua scelta è valida e anche la mia, non giochiamo a chi è più bravo: uniamo le forze.

An education

Soon in English, I promise! (and apparently I have to, if I want to graduate!)

L’ho scritto poco tempo fa sotto un articolo e video del Fatto Quotidiano postato da un’amica che ne sa sempre una in più di me: Abbiamo sbagliato. Siamo stati la generazione neanche precaria, come quelli di pochi anni più vecchi, ma la generazione dello stage. E abbiamo sbagliato.

In altri Paesi funziona così: in Francia lo stage deve far parte del percorso universitario, in Inghilterra pure, e si può lavorare solo tre settimane in stage non retribuiti, e solo questo possono chiedere le università. Altrimenti ci sono le traineeship o internship, in cui si viene pagati.
In Italia almeno per ora, almeno in pratica, non c’è limite.

Se due/tre settimane per mettere in pratica un lavoro nuovo, con un mentore, valgono più di uno stipendio, e a qualunche età, tre-sei mesi sono un insulto, anche a diciott’anni.

E come si fa esperienza? Mi chiedi.

E come si faceva prima? Ti rispondo arrabbiata con una domanda. Si lavorava, con il minimo dello stipendio e poi si andava avanti.

Ultimamente mi è stato detto che nelle belle riviste italiane, e ce ne sono di belle, con articoli e foto che fanno invidia anche alla stampa anglosassone, fanno stage non pagati di sei mesi e che è un’assurdità chiedere passarci dei periodi più brevi. O di essere pagati.

Forse è perché all’inizio abbiamo avuto tutto che non sappiamo come chiedere quello che ci spetta? Quindi io vengo qualche settimana, metto in pratica, tu mi correggi, e magari se ci troviamo bene resto. Però a quel punto mi paghi.

Quindi evitate di dirmi che sia tratta di una collaborazione non retribuita, che c’è una scrittrice altrettanto brava e più disperata dopo di me. La mia risposta è no, punto.  E se ti risponde di sì, beh, non è altrettanto brava, perché non sa il suo lavoro quanto valga.

Cosa ne pensate? Qual’è stata la vostra esperienza?

Ah, un’aggiunta, un modo di dire inglese che mi fa ridere e si presta alla situazione:  “if you pay peanuts, you get monkeys”

Postcards from China: Sally

Mi sono ritirata come una scrittrice romantica sulla costa inglese.
Di giorno imparo a rappresentare il presente, l’immediato e solo quello. La notte invece di dormire, scrivo quello che è stato, le storie di questo anno, di questi anni sbagliati. Di giorno non invento niente, di notte chissà.

Sally è la mia unica vera amica cinese.  La storia di Sally è, secondo me, la storia di tanti cinesi, e siccome tanti mi domandano perché non si ribellano (tanti francesi e tedeschi e inglesi mi domandano lo stessi sui giovani e giovani adulti italiani, che gli dico?) io penso che sia più facile parlare di Sally.

Ho conosciuto Sally tramite un annuncio trovato all’Università Fudan di Shanghai anni fa. Molti studenti americani davano lezioni di inglese per passare il tempo e migliorare il cinese, ma difficile trovare richieste per altre lingue. Cosi’, appena ho trovato l’annuncio ho scritto ed incontrato Sally.

L’accordo era il seguente, io ti parlo per mezz’ora in italiano, tu per l’altra in cinese. Ci aiutiamo a fare i compiti etc. Queste conversazione erano mortalmente noiose cosi’ ho cominciato a chiederle di lei.
Sally è simpatica e in realtà si chiama Qing Rong. Ha persino un fratello più piccolo, rarissimo in Cina, perché la sua famiglia viene dallo Hebei, e fa parte di una delle 56 minoranze recensite nel paese.

Sally non vuole sapere quante sorelle ho, e  si’ che ce ne sarebbe da raccontare. Sally vuole sapere quanto costa affittare un appartamento a Milano, quanto guadagna un avvocato (lei studia legge) o un professore. Vuole sapere quanto si spende uscendo la sera, e quand’è che uno è ricco, in Europa.
Talvolta so cosa rispondere, talvolta no, ho appena finito una tesi sul pensiero libertario, voglio cambiare il mondo, sai cosa me ne importa dei soldi (come ero giovane e sciocca!).

Quando le chiedo se non vorrebbe ribellarsi, Sally dice che le nostre vite sono uguali: Guarda, Gaia abbiamo quasi la stessa età, andiamo all’università, abbiamo ascoltato la stessa musica, ci piacciono gli stessi ragazzi e gli stessi vestiti.

Tu non hai votato mai. Non capisce, mi chiede dove ho comprato le scarpe.

Io sono ancora irrequieta, scommetto che Sally deve aver compiuto 28 ed essere diventata avvocato. Anche oggi le direi che no, le nostre vite non sono uguali: Tu non puoi scrivere quello che scrivo io adesso. Non puoi nemmeno collegarti su facebook!

Eppure credo che se la incontrassi oggi mi chiederebbe dove ho comprato le scarpe.  Perché che cos’è un voto, se in cambio ti danno le scarpe.


Postcards from Beijing 2: Arrivata

Sono passati quasi cinque anni dall’ultima volta che sono stata in Cina, sei dall’ultima volta a Pechino. Siamo tutte e due cambiate parecchio. In città c’è un’organizzazione che prima era difficile anche immaginare. L’effetto Olimpiadi? Abbiamo una settimana di tempo per investigare.

Che siamo siamo cambiate entrambe, lo noto ancora prima di arrivare. Sul mio aereo la nazionale giovanile di atletica e per i miei due compagni di viaggio sono una signora. Almeno finché la giovane cinese non mi vede guardare Alice nel Paese delle Meraviglie, e capisce che puo’ chiedermi di lasciarla guardare fuori dal finestrino. Apro una copia di Glamour France e me la faccio amica.

Arrivata, trattengo il respiro, per nulla: non sono più in quel luogo umido e rumoroso che ricordo, ma uno spazio luminoso e arieggiato. Poi eccomi pronta a proteggermi dall’attacco dei taxisti abusivi, ma i taxi sono molto più efficenti qui che a Charles de Gaulles e l’ultima volta che sono stata importunata dai tassisti abusivi è stato a… Linate.

Solo l’odore è rimasto lo stesso. Odore di cosa, non lo so, so che lo avevo dimenticato finché non l’ho sentito di nuovo, uscendo dallaeroporto. Odore dolciastro di polvere, di foglie, di cibo, di piante, umido e unico. Cattivo, non lo so. Buono, neanche, come l’odore di una persona che ami: il suo e basta. Con l’odore torna il vocabolario in cinese, arrugginito, ma sapevo di averlo in testa da qualche parte. Qualche frase sparsa e l’odore sono le prime cose che riconosco. Non certo i taxi. Una volta i tassisti viaggiavano con il posto guidatore imprigionato in una gabbia di ferro, e noi giovani studenti europei ci sentivamo pericolosi criminali, o scimmie impazzite (la seconda in fin dei conti puo’ essere fondata).
Quello che resta come in passato è che no, non posso scegliere di spegnere l’aria condizionata.

Grande sorpresa alzando gli occhi: il cielo è quasi azzurro. Quando la grande Muraglia censoria su Internet mi permetterà di caricare le foto vi faro’ vedere la differenza.
Quello che non è cambiato: il tempo, rovente e pesante come al solito. Fa cosi’ caldo e sono cosi’ ostile ai mezzi di trasporto non necessari che al secondo giorno sono già obbligata ad usare le infradito, commettendo -ne sono ben conscia- un enorme crimine contro la moda, ma permettendo ai miei piedi di gonfiarsi a loro guisa.

Quello che non è cambiato parte seconda: il tassista non sa la strada. I miei tassisti cinesi non sanno mai la strada, o forse è una scusa per fare conversazione o soldi. Questa volta però non ha torto; il fatto è che senza saperlo sono finita nel distretto alla moda al momento, gli hutong intorno nanluogu xiang, vicino alla torre della Grande Campana, che sono quasi pedonali. Pedonali. L’idea che esistano strade chiuse al traffico in questa città mi suona come se mi dicessero che in casa mia non c’è più zucchero: non c’è niente di male, solo non pensavo che sarebbe mai capitato.
Mi ricordo che sei anni fa scrivevo in una lettera da piazza TienAnMen ad un amico (il migliore, ed anche da questo si vede) che era la prima volta quell’anno che mi sentivo felice. Che Pechino e la Cina si danno l’ambizione e la possibilità di essere tutto. E che a Pechino ti sembra di poter essere tutto.

Poche ore ci sono bastate per capire che non siamo più le stesse. Dobbiamo imparare a conoscerci di nuovo. Ma ci piacciamo già.

Qui e per i prossimi post chiedo ai miei trenta lettori di fare uno sforzo: una cosa che ho imparato presto è che per conoscere e amare la Cina bisogna fare astrazione dal suo regime e governo. Non è difficile: i cinesi sono cosi’ amabili che quesi ci si dimentica di detestarli. Perché detestarli? Leggi l’ultimo rapporto di Amnesty Int sulla Cina, che ovviamente da qui non posso linkarti.

Nota en passant: Sei anni fa non c’erano neanche tre linee di metro, curioso per una città tanto grande e popolosa: adesso ce ne sono sei. Più di una linea di metro ogni due anni. Mi piacerebbe farlo sapere all’ATM, che dagli anni ottanta deve prolungare la linea verde di tre stazioni.