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Better known as Thanksgiving

A photo posted by Gaia (@homesweethomesick) on Sep 3, 2015 at 2:50am PDT

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Six years: a graffiti audio-love story

When you say...

Anche se questo blog è più o meno in pausa, il post anniversario, c’è. L’anno scorso lo ha scritto Orso, quest’anno ve lo racconto io:  è un viaggio audio negli Stati Uniti, anche se si chiama Accidentally in Joburg

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This blog is -more or less- on a hiatus. But there is this the anniversary post. Last year Orso wrote it, this year I… speak it: it’s a trip to the US even if it is called Accidentally in Joburg

Sunflower anniversary

Thanksgiving

To be or not to be (late). Five years with Tiger

I told Orso that if he wanted a “five years” post, he had to write it himself, this year. He did. And made a pretty good anniversary present out of it. 

Yes, he uses words like “tardiness” and “mundane” in real life, too. 

Bear holding a clock

“When I met Tiger exactly five years ago she made clear from the very start that she is reluctant to compromise. The two things everyone notice when she entered the room was her overdressed beauty and her being fifteen minutes late to a social gathering at her own office. No one cared, it seemed. Mind you, I did not care: I was already infatuated.
Whenever she would have appeared in my life would have been a perfect moment where mundane time-keeping did not have a place.

It soon dawned to us that Tiger and I share an inner sense of punctual tardiness. Id est: we’re often late. We need to submit to time in order to organise our daily social life but we revolt against this restriction of individual freedom. The result is that we observe our commitments with a moderate but steady infusion of tardiness. That means: we’re both always a few minutes late everywhere.
Over the years, Tiger turned around my perception of time when we embarked into bubbles detached from daily life, where keeping track of time was futile. Or otherwise said: we spent and we still spend loads of time just the two of us, oblivious of the world around us.

She also started offering me watches. Not one, but many. In accordance with our conflictive relation to time, these watches are fashionable accessories rather than useful time indicators. They came in all colours, materials and shapes. Most are flashy and bright to go with specific parts of my garderobe. What is more, there are my personal eye-catchers. Every time I check if I am on time to be late, I think of Tiger, who will manage to arrive just a few minutes after me.
In those five years there have also been times when I messed up our relationship so much I was afraid she would not be late but really never show up again. When she did, the happiness was too great to care about how much time I had waited for that moment to come. The time would always have been right.

In South Africa, a great number of public clocks stand still, reminding us that time is after all a human invention and a moral conception, which is not universal. One says it is always ten thirty, elsewhere it is never else than three. If you look closely: if time is just a construct – can we ever be unpunctual? Five years ago, Tiger was unpunctual but she was perfectly on time for me.

She always is.”

University of Pretoria clock

It’s always three thirty in this corner of Pretoria

(Tiger must be read with the German pronunciation as in “Der kleine Tiger”)

A note for 2013. Appunti per il 2013

“We are what we repeatedly do. Excellence is not an act, but a habit.” Aristotle

“Siamo quello che facciamo sempre. L’eccellenza non è un’azione, ma un’abitudine” Aristotele

Happy New Year! Buon anno!

Fireworks in Leipzig

Corso prematrimoniale ad uso di M e A

Quando M e A mi hanno chiesto di sposarli ho promesso loro che avrei organizzato un corso pre-matrimoniale. Sì, lo so, ho appena un anno di esperienza: sempre più di qualsiasi prete, no?

"The Happy Ring" House Central Dublin

A sa già, per averlo visto coi suoi occhi, che a volte perché un matrimonio funzioni l’uomo si occupa della cena mentre la moglie beve birra guardando la partita con le amiche. Ha capito cioè che va bene tutto, basta che siano tutti e due d’accordo.

A ci ha visti anche andare in bicicletta mano nella mano: per due persone così serie, siamo proprio ridicoli. Sì, una soglia del ridicolo molto alta decisamente ci vuole.

Il mio studente preferito -il fatto è che poi i miei studenti mi leggono e così scoprono che ne ho uno preferito, quindi no, dai siete tutti preferiti- è un bel tedesco alto con un grande sorriso (sono sposata ma sono sempre la stessa). Quando l’ho conosciuto era sposato felicemente da quarant’anni -io da sei mesi-. Gli ho chiesto come avessero fatto: “non so cosa dirti, per me è facile, -mi ha detto- mia moglie è bellissima”.

Non ho mai chiesto ai miei genitori cosa li faccia stare insieme anche perché non penso che mio papà ammetterebbe mai che è facile. E perché penso che queste conversazioni fra genitori e figli avvengano solo nelle serie tv, quel momento in cui la madre o il padre svelano alla figlia il segreto. Ci credo che lo devono dire, un episodio dura solo venti minuti, devono essere espliciti. Invece nella vita reale se non l’hai capito in vent’anni di pranzi e cene e viaggi in auto, mobili e cani non saranno due minuti di discorso a fartelo capire.

La mia caporedattrice americana alla radio tedesca internazionale mi ha detto che a novembre per qualche giorno non ci sarà perché si sposa. Io non l’ho mai incontrata di persona, conosciamo le nostre voci solo perché, beh, facile, lavoriamo alla radio. Comunque, non la conosco ma mi ha fatto piacere sapere che si sposa. Le ho fatto gli auguri per il coraggio di ambire al “per sempre”.

Però allo stesso tempo penso: ma cosa c’è di coraggioso nello scegliere l’opzione più semplice, anzi l’unica quando un giorno alla volta non basta più? Per me oggi stare con Orso è come stare da sola ma meglio e lui capisce senza che glielo si debba spiegare che complimento gigante sia questo.  Lo so, presto o tardi mi mangerò le mani per aver scritto questo, pubblicamente, quando non lo sopporterò, per un giorno o anche per un mese.

Ma adesso no, adesso è il tempo di essere ambiziosi.

Cari M e A non vi ho insegnato proprio niente.
Però siete bellissimi quindi partite avvantaggiati.

La giardiniera incostante

Piantina di timo e bambolina giapponese Io non so niente di giardinaggio. Ma proprio niente. Per questo vorrei che la mia vita gli assomigliasse un po’ di più. Al giardinaggio.
Dicevo, non so proprio niente niente eppure ogni volta che arrivo in una nuova casa prima o poi viene il momento: e se mi prendessi cura di qualche pianta? Quando arrivai in Inghilterra ho persino comprato dei bulbi pensando che un caotico giardino all’inglese facesse per me: i fiori non spuntarono mai. Prima tenevo le mie tre piantine sul davanzale davanti alla porta del mio appartamento parigino, perché all’interno non c’era abbastanza spazio. Un giorno scoprii davanti alla mia porta la vecchina del terzo piano prendersi cura delle mie piante di nascosto: “le ho viste così malmesse, pensavo che fossi partita da tempo”. Ero in casa. Da quel giorno le ho affidato le mie piante che fossi in aereo o solo sotto la doccia e quando ho lasciato Parigi gliele ho regalate, o almeno i loro amabili resti.

Insomma, per dire quanto io non ne sappia niente. Però mi piace sempre di più occuparmi di piante. Quello che mi piace è che lo faccio con una convizione che sembra che io sappia tutto, con una sicurezza che sembra dire: io so cosa sto facendo, anche se il mio unico attrezzo è un cucchiaio da minestra. Dieci, venti giorni dopo forse non spunterà niente, e la maggior parte delle volta non spunta niente. La maggior parte delle altre volte ciò che è gia spuntato muore.
Ma talvolta qualcosa spunta e talvolta l’origano dimenticato durante il nostro inverno africano ritorna in vita. Così nel giardinaggio qualunque cosa bella è un regalo, qualunque cosa brutta un incidente già dimenticato.
Siccome la vita io l’affronto proprio al contrario, mi chiedo se non debba darmi al giardinaggio. Ma solo così, senza mai imparare nulla.