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Four years – Quattro anni

Note:
Very accurate reenactment with professional actors.
Ricostruzione storica accurata con attori professionisti. 

Paris, July 2009

A casual encounter that turned into four years…

of love letters,

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of committment…

Four years of committment

… and fights!

Four years of fights

Four years of… ehm… passion!

Four years of passion

Of travels around the world.

Four years of travels around the world

Four years of travels around the world

Four years of travels around the world Four years of travels around the world Four years of travels around the world

Four years, and it’s just the beginning.

It's just the beginning

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Domani andrà meglio

Ho scritto questo post un po’ di giorni fa. Perché coi momenti difficili si impara a prendere le misure, si sa che non si devono prendere decisioni importanti, come lasciare il lavoro o adottare un cane (anche se vorrei tantissimo un cane) o scrivere cose che poi, anche se le cancelli, restano da qualche parte  e rischiano di danneggiare lavoro-amici–famiglia-matrimonio.

Mi piace di più il termine disturbo dell’umore, utilizzo malattia mentale solo per scioccare il pubblico. Dire che ho un disturbo dell’umore (unipolare nel mio caso, io sono solo triste) sembra che voglia dire che in pratica sono solo antipatica. E non mi dispiace (e poi per quello non serviva il medico, lo diceva anche mia sorella gratis).

Talvolta penso che abbiamo qualcosa tutti, solo che io lo so ed altri ancora devono scoprirlo. O meglio che solo alcuni, alcuni ma sempre tantissimi, superano la soglia fra l’infelicità, la disperazione anche, e la malattia.

Ho passato tanto tempo ad investigarlo, e mi hanno detto che è comune fra i depressi voler sapere e voler comunicare. Dicono che sia perché è una malattia che non si vede e raccontarla è l’unico modo che abbiamo per essere presi sul serio, per tentare almeno. Questo è stato il mio modo di essere presa sul serio, come giornalista multimediale ma anche come portatrice (la maggior parte dei giorni sana e felice) di un disturbo dell’umore. 

In ogni caso, ho passato tempo a leggere, scrivere, investigare, indagare e devo dire che sono anche fiera del lavoro che ne è uscito. Però più che tutti gli articoli e le interviste oggi mi è venuta in mente una canzone francese, sempre quella, che dice che domani andrà meglio, senza crederci neanche un po’, ma ridendone parecchio. Perché qui, seduta sul divano di casa nel mezzo del pomeriggio, con le guance arrabbiate e le occhiaie da procione (leggi qui la storia del procione, il raccoon) , sarò anche depressa, ma sono soprattutto tanto ridicola. E allora tanto vale riderne.

“Triste compagne” è una canzone francese che mi piace dalla prima volta che l’ho sentita. I cantautori francesi hanno tanti difetti, primo fra tutti quello di essere cantautori francesi, però hanno anche un pregio grandissimo. Sanno raccontare delle storie, o meglio pensano che il loro lavoro principale sia raccontare una storia cantata, sì cantano storie, invece di I’ll miss you, we’ll be together, perdonami, I want to marry you, baciami che predominano in altre musiche pop.

In questa canzone Benabar, il sopraddetto cantautore francese, cerca un nome per il suo malessere ed elenca i motivi che ha per essere triste ogni giorno. Come la lacrima che scende in autunno per le foglie morte, “che poi, le conoscevo appena, non erano neanche mie parenti”. Cerca di dare un nome ed attraverso il nome una ragione, una giustificazione, per qualcosa che spesso, come mi disse un giorno una giovane e sincera psichiatra “non ne ha una, come tante cose brutte”.

Così lui invece di disperarsi ancor di più, decide di riderne e trasformarla in uno piccolo spettacolo di cabaret (ma qui se non hai visto il video di cui ho già messo il link sopra non si capisce come faccia) perché “soffrire dalla mattina alla sera, è una gran fatica!”

Il mio passaggio preferito resta il ritornello: “Domani andrà meglio, o almeno lo spero… perché è la stessa cosa che mi son detto ieri”.
Da cantare col sorriso sulle labbra (ed eventualmente un buon correttore).

Montparnasse: relazione a distanza

Quello che mi piace dei cimiteri sono le storie raccontate. A Montparnasse ci sono gli artisti della mia epoca, Simone de Beauvoir, prima di tutti, ma anche Ionesco, Beckett, Man Ray che non abbiamo mai trovato. E poi ci sono tutti gli altri.

Une seule personne manque et toute semble depeuplé. Una sola persona manca e tutto sembra deserto.

Isis ha 28 anni, come te l’anno scorso, quando ti ho conosciuto. Jo ne ha sette di più. La famiglia di lei lo chiama “son compagnon” perché non sono sposati, perché per loro Isis non sarà mai grande. Anche se ogni estate vanno a trovare la famiglia di lui, in Brasile. Quanti aerei in una storia a distanza. Transtlantica, per giunta. Volo AF447 Rio-Parigi 31 maggio 2009: cosa si dicono due amanti in volo? Dormono uno sull’altra, guardano i film tenendosi per mano…

Certo come altro morire se non tornando a casa, insieme?

An education

Soon in English, I promise! (and apparently I have to, if I want to graduate!)

L’ho scritto poco tempo fa sotto un articolo e video del Fatto Quotidiano postato da un’amica che ne sa sempre una in più di me: Abbiamo sbagliato. Siamo stati la generazione neanche precaria, come quelli di pochi anni più vecchi, ma la generazione dello stage. E abbiamo sbagliato.

In altri Paesi funziona così: in Francia lo stage deve far parte del percorso universitario, in Inghilterra pure, e si può lavorare solo tre settimane in stage non retribuiti, e solo questo possono chiedere le università. Altrimenti ci sono le traineeship o internship, in cui si viene pagati.
In Italia almeno per ora, almeno in pratica, non c’è limite.

Se due/tre settimane per mettere in pratica un lavoro nuovo, con un mentore, valgono più di uno stipendio, e a qualunche età, tre-sei mesi sono un insulto, anche a diciott’anni.

E come si fa esperienza? Mi chiedi.

E come si faceva prima? Ti rispondo arrabbiata con una domanda. Si lavorava, con il minimo dello stipendio e poi si andava avanti.

Ultimamente mi è stato detto che nelle belle riviste italiane, e ce ne sono di belle, con articoli e foto che fanno invidia anche alla stampa anglosassone, fanno stage non pagati di sei mesi e che è un’assurdità chiedere passarci dei periodi più brevi. O di essere pagati.

Forse è perché all’inizio abbiamo avuto tutto che non sappiamo come chiedere quello che ci spetta? Quindi io vengo qualche settimana, metto in pratica, tu mi correggi, e magari se ci troviamo bene resto. Però a quel punto mi paghi.

Quindi evitate di dirmi che sia tratta di una collaborazione non retribuita, che c’è una scrittrice altrettanto brava e più disperata dopo di me. La mia risposta è no, punto.  E se ti risponde di sì, beh, non è altrettanto brava, perché non sa il suo lavoro quanto valga.

Cosa ne pensate? Qual’è stata la vostra esperienza?

Ah, un’aggiunta, un modo di dire inglese che mi fa ridere e si presta alla situazione:  “if you pay peanuts, you get monkeys”

To D. A woman, my friend and inspiration

Nomina uno sbaglio e D l’ha fatto.

La mia amica D che ha vissuto cento vite, non se ne rende conto ed ha ancora entusiasmo per trovarne una nuova.

D dalla vita ha avuto tutto: un intelligente senso dell’umorismo, la capacità di suscitare simpatia negli altri. Alta, bionda e colta ha avuto uomini interessanti di ogni tipo.

D comincia una nuova vita presto, dopo essere stata infermiera, scrittrice, segretaria, amministratrice universitaria, assistente personale dell’uomo che fondò la Magnum, insegnante di inglese e guida turistica, terapista, dopo aver vissuto in California e in Canada, dopo aver realizzato il sogno di vivere a Parigi, dopo aver creduto di perdere tutto, anche la testa, ha una nuova casa, una nuova città, la vita numero centouno.
Le manca solo di scrivere un romanzo della sua vita, e mi chiedo se non potrei farlo io al posto suo.

Quando un giorno siamo andate al mercato a Batignolles D tremava, perché le vertigini le impedivano di stare in piedi dritta. D mi ha insegnato l’espressione “to sleep oneself’s way through -country-” che mi fa morire dal ridere. D ha corretto cento lettere di motivazione per lavori che in fondo non volevo fare. Un giorno mi ha detto che non c’era niente di male a curarsi un male qualunque che si trova in testa nel modo in cui si curano gli altri: con le medicine e la terapia.

D è legata irreversibilmente agli eventi più importanti della mia vita negli ultimi anni. Era un mercoledì sera, passavo da casa sua dopo la piscina con un panino col salmone, abbiamo parlato sul divano comodo del fotografo noventenne di cui sopra. Eravamo tristi entrambe a trentanni di distanza.
La mattina dopo, coi capelli ancora voluminosi ho incontrato Orso, irreversibilmente. Un mese dopo, io e D organizzavamo una cena a casa sua, D non sapeva perché avessi tanta fretta di andare via: Orso mi aspettava a Odeon a mezzanotte.

D attraversa di nuovo l’Oceano, verso la vita numero centouno. Per la centodue, magari, la sua vita sarà una storia.