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Vi presento la mia vicina di casa: Barbie

Questo post viene da un altro blog appena nato e ancora in fase di sperimentazione, un blog collettivo su cui riflettiamo sulle questioni di genere, ma soprattutto in cui parliamo di donne, per dare loro visibilità negata. Talvolta poi, come in questo post, divaghiamo.

Le Donne Visibili

Permettetemi un post personale per parlarvi di una mia grande amica d’infanzia.

Barbie ha preso casa a Berlino. In occasione dell’apertura di una casa di Barbie a grandezza naturale ci sono state molte proteste. Contro la nuova Berlinese, perché si dice che rappresenti un modello sbagliato di donna, tutta bellezza, curve e zigomi. Che con il gioco si trasmetta un modello sbagliato di donna adulta. Capisco le critiche, ma mi sembra che si tratti più di una visione della donna che si riflette sui giochi per bambini e quindi sulla Barbie, piuttosto che il contrario.

I mille lavori di Barbie

Forse le Barbie sono cambiate negli ultimi vent’anni ma per me Barbie ha sempre rappresentato la donna indipendente, padrona della propria vita e delle proprie scelte. Un modello da seguire da ammirare. Prima di Hillary Clinton, di Fabiola Giannotti e di Sheryl Sandberg, la mia Barbie già sapeva di poter essere tutto. Infatti aveva un…

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Fuori tema: presidentessa altrove

A marzo ho aspettato per due ore al freddo per cercare di entrare ad una conferenza che Michail Gorbaciov avrebbe tenuto qui a Lipsia per presentare il suo libro di memorie. Perché 80 anni è il tempo giusto per le memorie, i bilanci. Come molti altri, io ero lì per vedere dal vivo un pezzo di storia.
Gorbaciov è nato nel 1931 quando Giorgio Napolitano, nuovo presidente della Repubblica, aveva già circa sei anni.

Io ho sempre pensato e detto di vivere all’estero per una scelta personale, per una “vocazione” ad essere straniera. Insomma, la mia non è mai stata una scelta “per non vivere in Italia”, anche se di motivi per chi è nato negli anni 80 ce ne sarebbero stati.

Posso dire che è la prima volta in più di sette anni che mi viene da pensare e dire ad alta voce: sono contenta di non vivere in Italia.

Il mio voto

Ho scritto questo post per un altro blog tematico e collettivo che sta muovendo i primi passi. Non abbiate fretta, quando sarà il momento ve ne dirò più.

“Apro la busta proveniente dall’ambasciata non appena entro in casa: è il plico elettorale per votare come italiana all’estero. Mi piace votare. Sarò ingenua, ma mi sento sempre un’eroina. Vado a votare sempre e capisco poco -giusto per non dire niente- chi non lo fa o non si informa per farlo. Non vedo l’ora di ottenere una seconda cittadinanza per esprimere il mio voto una volta di più. Saranno i paesi che ho visitato, dove non si vota o dove il voto non conta niente. Sarà che una volta in Cina mi hanno chiesto: ma come funziona da voi il voto? E mi sono sentita l’ambasciatrice della democrazia.

Sarà. Ma le schede elettorali sembrano fare di tutto per farmi passare la voglia.

Delle nove liste che si presentano per le elezioni alla Camera nella mia circoscrizione (Europa) la situazione è questa:

Hanno metà candidati donne: “Sinistra Ecologia e Libertà” (5 su 10); “Partito Comunista” (3 su 6)

Hanno da meno della metà a un quarto di candidate: “Rivoluzione civile” (4 su 10) PDL (3 SU 10); “Partito Democratico” (3 su 10);

Hanno un quinto o meno di candidate: “Fare per Fermare il Declino” (1 su 7); “MAIE Italiani all’estero” (2 su 10); “Movimento 5 stelle” (1 su 10)

Non hanno candidate: “Con Monti per l’Italia”

Per il Senato (perché sì, ho più di 25 anni!) non va meglio:

Solo candidate donne: “Partito Comunista” (2 su 2)

Metà candidate: “Movimento 5 stelle” (2 su 4)

Un terzo di candidate: “Con Monti per l’Italia” (1 su 3)

Un quarto di candidate: “Rivoluzione Civile” (1 su 4); “Partito Democratico” (1 su 4); PDL (1 su 4);

Non hanno candidate: “Fare per Fermare il declino”

Come faccio a pensare che questi partiti abbiano a cuore la parità di genere se non si prendono la responsabilità di praticarla? Mi sembra che non mi vogliano, che non ci vogliano. Mi resta la magra consolazione che noi italiani all’estero abbiamo diritto ad esprimere la preferenza per un candidato, quindi possiamo almeno in parte da elettrici provare a bilanciare la situazione. Di certo la soddisfazione di buttare la scheda nella spazzatura, di disertare l’urna in silenzio perché non so proprio chi votare, non la darò a nessuno.”

L’uomo che canta

Nel Clara-Zetkin-Park c’è un uomo che canta.

Quasi con qualsiasi tempo, di preferenza quando fa buio, lo trovi lì sempre alla stessa curva vicino allo stagno, con il suo amplificatore. Canta male non capisco bene cosa: canzoni tedesche, americane?
Torno a casa la sera in bicicletta e non c’è nessuno nel parco, solo la luce della torcia con la quale lui legge i testi delle canzoni.
Non sempre chiede soldi ma li accetta.
Quando nevica ed io tengo la testa bassa per non farmi entrare la neve negli occhi, lui canta.
Qualcosa nella sua testa gli dice di uscire e di cantare.
È un pazzo, dicono i passanti.

Mi immagino che neanche lui lo sappia più il perché. Se crede che il mondo finisca il giorno in cui lui non uscirà a cantare, oppure se lo fa per senso del dovere, perché il tempo è brutto, fa buio presto, le vacanze sono finite e serve qualcuno che canti per tirare su il morale.
Forse lo fa perché così ha qualcosa da fare ogni giorno, la sua testa si è inventata un dovere, un lavoro, ché senza lavoro non sei niente.
È un pazzo perché qualcosa gli dice di uscire ogni giorno, alla stessa ora.
È pazzo, dice chi si proclama sano. E passa davanti al cantante del parco, ogni giorno, alla stessa ora, con qualsiasi tempo.

L’altra donna

Quest’estate sono stata ad una “super” conferenza di super italiani. Non guardatemi così, si sono autodefiniti tali. Molti presunti, alcuni effettivamente super, cioè persone normali che fanno cose straordinarie.
Detta più semplicemente era una evoluzione della convention politica dove però il politico ha avuto l’intelligenza di capire che è molto più utile per tutti invitare coloro che hanno qualcosa da dire anche se non sono d’accordo con lui (si capisce che mi metto in questa categoria?)

Devo dire che sono contenta di aver partecipato a questo progetto e penso che tornerò in futuro, se me lo chiedono.
Perché in questo evento a metà fra la conferenza all’americana e la festa dell’Unità (o dell’Amicizia, fate voi) c’erano davvero persone interessanti. Però c’erano poche donne.

Quelle che c’erano erano in media affermate professioniste o sulla buona strada (eccomi di nuovo). Imprenditrici, politiche, scrittrici, giornaliste, scienziate, dirigenti.

La maggior parte erano molto belle (si vede che mi ci metto anch’io?) Però, sarà il mio sguardo che viene dall’estero, sarà che qui la donna di potere è Angela, con la gh. Sarà. La maggior parte di queste professioniste italiane mi ha messo infinita tristezza.

Perché oltre alle lauree sbandieravano minigonne, messe in piega, boccoli, scollature, lifting, fondotinta, seni pneumatici, e sempre più di uno alla volta.
Mi direte, proprio tu che hai comprato l’ultimo paio di pantaloni nel 2006 (e solo perché erano di Armani, ci tengo a precisarlo) e hai usato tanti tacchi che quando cammini scalza ti sembra che i talloni entrino nel pavimento?

Sì, proprio io. Perché ritengo che ci sia un limite, talvolta difficile da vedere, soprattutto per chi ci cammina sopra, fra femminilità, bellezza e l’essere sessualmente aggressive.

Certo che puoi vestirti come vuoi. Ma se sei la responsabile delle risorse umane di una multinazionale ed i tuoi boccoli castani con meches arrivano a lambire l’orlo della minigonna c’è qualcosa che non va. Se hai un corpetto “effetto burlesque” per uscire con le amiche va benissimo, ma se te lo metti per una riunione di lavoro, c’è qualcosa che non va.

Siamo quello che facciamo vedere. E mi dispiace ma le donne italiane fanno vedere le cose sbagliate e così facendo propongono modelli sbagliati. Quando è nata l’altra donna? Questa donna che nasconde la laurea dietro agli stiletto? Perché questa donna è italiana?

The shortest month

It’s the shortest month, it doesn’t look like it though.
Febbraio è il mese più corto, però non sembra.

I saw Leipzig glowing with ice and snow.
Ho visto Lipsia risplendere fra ghiaccio e neve.

I got closer to the Equator and looked South, toward the South Pole, from the sunny Accra coast in Ghana, while the Harmattan covered the sky with Sahara sand.
Mi sono avvicinata all’Equatore e ho guardato lontano, verso il Polo Sud, dalla costa di Accra, Ghana, mentre il cielo era pieno di sabbia dal Sahara portata dall’Harmattan

The Volta estuary, GhanaI swam in a Tropical lagoon and went up the Volta River in a pirogue.
Ho nuotato in una laguna tropicale e risalito il fiume Volta a bordo di una piroga.

I saw the sun setting over the weird mix of Alps, highways and suburbs that for long I called home.
Ho visto il sole tramontare su quella strana confusione di montagne, autostrada e provincia che per tanto tempo ho chiamato casa.

And it’s not March yet!
E non è ancora Marzo!

Domani andrà meglio

Ho scritto questo post un po’ di giorni fa. Perché coi momenti difficili si impara a prendere le misure, si sa che non si devono prendere decisioni importanti, come lasciare il lavoro o adottare un cane (anche se vorrei tantissimo un cane) o scrivere cose che poi, anche se le cancelli, restano da qualche parte  e rischiano di danneggiare lavoro-amici–famiglia-matrimonio.

Mi piace di più il termine disturbo dell’umore, utilizzo malattia mentale solo per scioccare il pubblico. Dire che ho un disturbo dell’umore (unipolare nel mio caso, io sono solo triste) sembra che voglia dire che in pratica sono solo antipatica. E non mi dispiace (e poi per quello non serviva il medico, lo diceva anche mia sorella gratis).

Talvolta penso che abbiamo qualcosa tutti, solo che io lo so ed altri ancora devono scoprirlo. O meglio che solo alcuni, alcuni ma sempre tantissimi, superano la soglia fra l’infelicità, la disperazione anche, e la malattia.

Ho passato tanto tempo ad investigarlo, e mi hanno detto che è comune fra i depressi voler sapere e voler comunicare. Dicono che sia perché è una malattia che non si vede e raccontarla è l’unico modo che abbiamo per essere presi sul serio, per tentare almeno. Questo è stato il mio modo di essere presa sul serio, come giornalista multimediale ma anche come portatrice (la maggior parte dei giorni sana e felice) di un disturbo dell’umore. 

In ogni caso, ho passato tempo a leggere, scrivere, investigare, indagare e devo dire che sono anche fiera del lavoro che ne è uscito. Però più che tutti gli articoli e le interviste oggi mi è venuta in mente una canzone francese, sempre quella, che dice che domani andrà meglio, senza crederci neanche un po’, ma ridendone parecchio. Perché qui, seduta sul divano di casa nel mezzo del pomeriggio, con le guance arrabbiate e le occhiaie da procione (leggi qui la storia del procione, il raccoon) , sarò anche depressa, ma sono soprattutto tanto ridicola. E allora tanto vale riderne.

“Triste compagne” è una canzone francese che mi piace dalla prima volta che l’ho sentita. I cantautori francesi hanno tanti difetti, primo fra tutti quello di essere cantautori francesi, però hanno anche un pregio grandissimo. Sanno raccontare delle storie, o meglio pensano che il loro lavoro principale sia raccontare una storia cantata, sì cantano storie, invece di I’ll miss you, we’ll be together, perdonami, I want to marry you, baciami che predominano in altre musiche pop.

In questa canzone Benabar, il sopraddetto cantautore francese, cerca un nome per il suo malessere ed elenca i motivi che ha per essere triste ogni giorno. Come la lacrima che scende in autunno per le foglie morte, “che poi, le conoscevo appena, non erano neanche mie parenti”. Cerca di dare un nome ed attraverso il nome una ragione, una giustificazione, per qualcosa che spesso, come mi disse un giorno una giovane e sincera psichiatra “non ne ha una, come tante cose brutte”.

Così lui invece di disperarsi ancor di più, decide di riderne e trasformarla in uno piccolo spettacolo di cabaret (ma qui se non hai visto il video di cui ho già messo il link sopra non si capisce come faccia) perché “soffrire dalla mattina alla sera, è una gran fatica!”

Il mio passaggio preferito resta il ritornello: “Domani andrà meglio, o almeno lo spero… perché è la stessa cosa che mi son detto ieri”.
Da cantare col sorriso sulle labbra (ed eventualmente un buon correttore).