An education

Soon in English, I promise! (and apparently I have to, if I want to graduate!)

L’ho scritto poco tempo fa sotto un articolo e video del Fatto Quotidiano postato da un’amica che ne sa sempre una in più di me: Abbiamo sbagliato. Siamo stati la generazione neanche precaria, come quelli di pochi anni più vecchi, ma la generazione dello stage. E abbiamo sbagliato.

In altri Paesi funziona così: in Francia lo stage deve far parte del percorso universitario, in Inghilterra pure, e si può lavorare solo tre settimane in stage non retribuiti, e solo questo possono chiedere le università. Altrimenti ci sono le traineeship o internship, in cui si viene pagati.
In Italia almeno per ora, almeno in pratica, non c’è limite.

Se due/tre settimane per mettere in pratica un lavoro nuovo, con un mentore, valgono più di uno stipendio, e a qualunche età, tre-sei mesi sono un insulto, anche a diciott’anni.

E come si fa esperienza? Mi chiedi.

E come si faceva prima? Ti rispondo arrabbiata con una domanda. Si lavorava, con il minimo dello stipendio e poi si andava avanti.

Ultimamente mi è stato detto che nelle belle riviste italiane, e ce ne sono di belle, con articoli e foto che fanno invidia anche alla stampa anglosassone, fanno stage non pagati di sei mesi e che è un’assurdità chiedere passarci dei periodi più brevi. O di essere pagati.

Forse è perché all’inizio abbiamo avuto tutto che non sappiamo come chiedere quello che ci spetta? Quindi io vengo qualche settimana, metto in pratica, tu mi correggi, e magari se ci troviamo bene resto. Però a quel punto mi paghi.

Quindi evitate di dirmi che sia tratta di una collaborazione non retribuita, che c’è una scrittrice altrettanto brava e più disperata dopo di me. La mia risposta è no, punto.  E se ti risponde di sì, beh, non è altrettanto brava, perché non sa il suo lavoro quanto valga.

Cosa ne pensate? Qual’è stata la vostra esperienza?

Ah, un’aggiunta, un modo di dire inglese che mi fa ridere e si presta alla situazione:  “if you pay peanuts, you get monkeys”

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6 risposte a “An education

  1. è triste, ma sembra proprio così …
    Due considerazioni:
    1 – se il sistema fiscale è così duro e oppressivo allora alla fine solo le aziende sane e di successo forse possono pensare di adottare misure diverse dall’approfittare della situazione;
    2 – anche le aziende sane e di successo secondo me ne approfittano, quante volte abbiamo sentito la frase “vabbè, prendiamo uno stagista per 3 mesi, al mssimo gli diamo un rimborso per i pasti, e poi lo molliamo” oppure “ma viene qui a imparare, cosa pretende, uno stipendio?” dimenticando che qualche anno prima erano proprio loro a sperare di essere retribuiti …

  2. Infatti, hai toccato diversi punti importanti:
    -non c’è un movimento per i diritti, perché è una posizione provvisoria, e a quanto pare ce ne si dimentica presto.
    -c’è una cultura dell’approfittare della situazione.
    -non c’è una legislazione seria, anzi non c’è una legislazione.
    -non c’è la visione dello stage come formazione.
    -si impone una cultura del lavorare “per sport”, non pretenderai mica di essere pagato? A quando il pagamento per il lavoro?

    Io mi sono trovata in diverse situazioni, pagata anche per due settimane, o non pagata per mesi perché era un posto bello, più bello di Vogue. Dopo ho avuto un lavoro pagato, ma adesso che ci rifletto, ho avere sbagliato ad accettare di essere pagata, per un periodo lungo.

    Ma la cosa più impressionante è la rassegnazione accompagnata dall’indifferenza. Secondo me è un sintomo del male dell’Italia e dell’Europa, in cui magari le idee, i principi ci sono, ma poi non sono applicati nella vita di tutti i giorni. Quanti di quelli che nelle ultime settimane erano a manifestare accettano di impiegare/essere impiegati senza salario? Non è una quesitone di dignità anche quella?
    Insomma, la colpa non è solo di chi dall’alto ne approfitta, ma anche di chi dal basso accetta o si gira dall’altra parte, no?

  3. concordo pienamente. ogni lavoro pagato è dignitoso. non tutti lo stage lo sono invece. e per cambiare, bisogna cambiare. manifestando e pretendendo la paga a fine mese.

  4. Grazie per il tuo contributo! Mi piacerebbe trovare chi sostiene, e con che argomenti, la posizione opposta…

  5. Secondo me bisogna distinguere. Con stage/internship si intendono tante cose e mischiarle non fa bene alla discussione.
    Caso 1. Stage inteso come “prendo una persona per produrre qualcosa che serve a me ma non voglio assumere nessuno perchè non voglio espormi finanziariamente”. In questo caso è effettivamente un lavoro che porta vantaggio alla azienda e mi sembra sensato che sia retribuito monetariamente. La discussione se sia corretto chiamare stage una cosa che è effittavemente lavoro dipendente esce un po’ fuori tema di questo post e la lasciamo per più avanti
    Caso 2. Stage inteso come “prendo una persona con l’intenzione di assumerla però prima devo fargli formazione”. In questo scenario le motivazioni delle due parti sono in genere abbastanza compatibili. L’azienda ha due interessi a) valutare se la persona è adatta al lavoro b) formarla nel modo più efficiente possibile. Lo stagista vuole a) valutare se l’ambiente è adatto alle sue aspirazioni e aspettative b) imparare a essere produttivo il prima possibile. In questo caso lo stage per l’azienda rappresenta un investimento, mette delle risorse nella formazione e ottiene in cambio un dipendente produttivo. Questa situazione apre le porta a possibilità di contrattazione che (secondo me) dovrebbero essere fatte caso per caso. L’azienda valuta il candidato, formula una probabilità di successo della fase di formazione e insieme al candidato discute le condizioni del contratto. Un candidato molto forte con alte probabilità di successo riuscirà a strappare più facilmente una remunerazione. Non credo nell’intervento del legislatore in questo scenario, ne tantomento di proteste e manifestazioni. Settori diversi hanno costi di formazione/tutoraggio diversi e probabilità di successo diverse. Sei bravo/a preparato/a disposto a sportarti dal tuo orticello di 20 km di raggio perchè sennò ti devi svegliare troppo presto… non sarà difficile trovare uno stage pagato. Nel mio settore (ingegneria) l’ho visto succedere spesso (anche in Italia), stage pagati (non tanto) che poi portano all’assunzione.
    Caso 3) Stage all’interno di un programma di formazione. Qui la situazione è più delicata ed è dove l’azienda ha meno da guadagnare. L’azienda metterà risorse a disposizione del candidato senza avere molte probabilità che il candidato rimanga dopo il periodo. Non tutti i settori permettono al candidato di produrre qualcosa in un periodo di 2/3 mesi. Credo che non ci sia scandalo se l’azienda proponga un programma formativo ben formulato senza retribuire il candidato. Magari periodi diversi in dipartimenti diversi dell’azienda, possibilità di partecipare come ospite a consigli di amministrazione o riunioni con clienti importanti. Tutti eventi estremamente formativi dove però il candidato non ha oggettivamente possibilità di contribuire attivamente. Ovviamente in questo caso il candidato avrà meno responsabilità e più libertà.

    Questo in un ambiente sano. Ovviemente ci sono i casi deviati. La devianza può essere causata da:
    1) mala fede dell’azienda (o del candidato – non concentriamoci solo sulle azienda malvagie e i candidati sempre pronti a lavorare duro duro duro). La legislazione contro la mala fede diffusa non può fare molto. C’è bisogno di un cambio di cultura e purtroppo qui non so da che parte iniziare
    2) causa di forza maggiore. Ad esempio, come Marco fa notare, potrebbe essere che la legislatura sia tale che i calcoli di rischio nel punto 2 siano pesantemente sbilanciati a svavore dell’azienda. In questa situazione si può lavorare molto sull’accordo caso per caso che però richiede fiducia da entrambe le parti. “Io ti prendo con uno stage non retribuito, tu lavori come dipendente e appena mi si libera il budget ti pago tutto in una volta il lavoro fatto”. Rischioso, io ci sono passato e a me è andata bene e non mi sarei mai sentito di dire che ero sfruttato.

    In conclusione: dipende. 🙂

    Altri due note:
    – non è vero che la retribuzione va a braccetto con la dignità. I volontari lavorano gratuitamente è non mi sembra siano privati di dignità
    – non credo nelle manifestazioni. Proprio perchè tendono a livellare, ad azzerare le differenze e anche i meriti. Non vedo scandalo nell’offrire uno stage gratuito a un candidato così-così e per lo stesso stage pagare un candidato eccellente.

    con questo commento forse più lungo del post vi saluto e vado a fare lo sherpa portando sulle spalle scatoloni verso casa nuova in una zona interdetta al traffico.

    ciao!

  6. Grazie Matteo per il tuo intervento ponderato e mai abbastanza lungo. Una nota a margine: la dignità non va di pari passo col salario (se no diremmo che un lavoro è più degno di un altro solo perché viene pagato di più e non è certo questo il caso), ma con il riconoscimento. E questo riconoscimento nella maggior parte dei casi è monetario, mentre del caso si un lavoro volontario è il contributo ad un progetto (di educazione, solidarietà, sviluppo etc…).

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