Archivi del mese: gennaio 2011

Caterina’s cherry cupcakes

Non mi piace non mantenere la parola data, quindi anche se oggi ho intervistato una scienziata di fama mondiale (non scherzo, presto sul mio sito il video e l’articolo) scritto una tesina su privacy e diritto d’informazione, frequentato un corso di danza e mangiato un’ingente quantità di delizioso cibo indiano -la tesina non e’ ovviamente ancora finita, il cibo quasi-, ecco la seconda ricetta del mese.

Penserai che queste cupcakes sono state cucinate in onore dei pasticcieri inglesi. No, queste cupcakes sono nate per onorare una donna piccolissima, che porta il nome della sua bisnonna, che, dicono, era elegante e imbranata in cucina come la mamma di Caterina.  

Caterina, puoi venire a mangiare da me, almeno fino a quando non impari  a leggere.

Ingredienti
220 gr di farina
115 gr zucchero
125ml latte
60gr burro
1 uovo
150 gr ciliegie
vaniglia o vanillina
Lievito

Glassa:
17gr zucchero a velo
70 gr burro

Riscalda il forno a 180°. Lava (ma te lo devo dire?) e snocciola le ciliegie. Ma non è stagione di ciliegie! Arriverà. Mescola farina, zucchero, burro e sale. Puoi usare il braccio impastatore del frullino elettrico, se sei proprio pigro. Dovresti aver ottenuto un composto un po’ sabbioso. Aggiungi metà del latte e amalgama. Mescola latte, uovo e vaniglia (dal baccello o in aroma) in un altro recipiente, poi incorpora il tutto all’impasto. Aggiungi le ciliegie e guarda l’impasto colorarsi un po’ di rosso viola. Queste cupcake non solo sono buone, si intonano anche alla borsa.

Riempi gli stampini in carta per cupcakes (sono come quelli per muffin ma più piccolini) fino a metà/due terzi. Cuoci in forno per 20 minuti. Sorveglia il forno, più i dolcetti sono piccoli, più cuociono in fretta (e più ce ne vogliono!). La cupcake deve diventare un poco spugnosa e dorata.

Prepara la glassa mescolando zucchero a velo e burro, e se vuoi anche un poco di zucchero vanigliato. Aggiungi due cucchiai di latte, se la glassa ti sembra troppo densa.
Quando le cupcakes si sono raffreddate ricopri con la glassa usando una spatola da cucina o il retro di un cucchiaio.
Decora a piacimento, ma io ti consiglio di restare sul tono su tono commestibile.

Sono bravi tutti a farsi dedicare una canzone. Una torta, invece, ce l’avete tu e la principessa Sissi.

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To D. A woman, my friend and inspiration

Nomina uno sbaglio e D l’ha fatto.

La mia amica D che ha vissuto cento vite, non se ne rende conto ed ha ancora entusiasmo per trovarne una nuova.

D dalla vita ha avuto tutto: un intelligente senso dell’umorismo, la capacità di suscitare simpatia negli altri. Alta, bionda e colta ha avuto uomini interessanti di ogni tipo.

D comincia una nuova vita presto, dopo essere stata infermiera, scrittrice, segretaria, amministratrice universitaria, assistente personale dell’uomo che fondò la Magnum, insegnante di inglese e guida turistica, terapista, dopo aver vissuto in California e in Canada, dopo aver realizzato il sogno di vivere a Parigi, dopo aver creduto di perdere tutto, anche la testa, ha una nuova casa, una nuova città, la vita numero centouno.
Le manca solo di scrivere un romanzo della sua vita, e mi chiedo se non potrei farlo io al posto suo.

Quando un giorno siamo andate al mercato a Batignolles D tremava, perché le vertigini le impedivano di stare in piedi dritta. D mi ha insegnato l’espressione “to sleep oneself’s way through -country-” che mi fa morire dal ridere. D ha corretto cento lettere di motivazione per lavori che in fondo non volevo fare. Un giorno mi ha detto che non c’era niente di male a curarsi un male qualunque che si trova in testa nel modo in cui si curano gli altri: con le medicine e la terapia.

D è legata irreversibilmente agli eventi più importanti della mia vita negli ultimi anni. Era un mercoledì sera, passavo da casa sua dopo la piscina con un panino col salmone, abbiamo parlato sul divano comodo del fotografo noventenne di cui sopra. Eravamo tristi entrambe a trentanni di distanza.
La mattina dopo, coi capelli ancora voluminosi ho incontrato Orso, irreversibilmente. Un mese dopo, io e D organizzavamo una cena a casa sua, D non sapeva perché avessi tanta fretta di andare via: Orso mi aspettava a Odeon a mezzanotte.

D attraversa di nuovo l’Oceano, verso la vita numero centouno. Per la centodue, magari, la sua vita sarà una storia.

Le scelte degli altri

Recentemente ho scelto e sbagliato per conto mio. Però, gli altri, non si riesce proprio a lasciarli fuori. Sbagliare con la propria testa non ti toglie dall’impiccio di dover comunicare quello che hai deciso.
N. dice che diventare adulti  e indipendenti significa anche questo.  Me lo ha detto una volta in macchina un anno fa, mentre mi truccavo e gli dicevo che io sono cosa voglio fare ma non voglio discuterne. N., mannaggia, dev’essere andato in una scuola speciale dove insegnano a dire quello che non si vuole ammettere.

Scelgo, e osservo che effetto fanno le mie scelte sbagliate (?) sugli altri. Scegliere per sé ha sempre un impatto sugli altri, anche quando la decisione non li coinvolge proprio.

Perché sinceramente quando un amico ti dice “Me ne vado” la prima cosa che ti viene in mente è: ed io cosa ci faccio qui?Io lo faccio sempre, dimmi cos’hai deciso di fare, per la vita o per le vacanze, e la mia mente sta già lavorando per giustificare perché io no. Quando sono partita anni fa ho sentito mille ragioni (sentimentali, economiche, professionali) del perché loro no. Non che ne avessi chiesta nessuna.

Secondo me, scegliere fa paura un po’ a tutti. E quando qualcuno intorno si lancia, è difficile non sentirsi giudicati. Con una scelta dopo l’altra, mi diverto a spaventare gli altri. E devo dire che mi fa sentire orgogliosa impressionare chi è fermo sul trampolino.

Questa volta però non mi lancio neanche un po’ per farvi provare paura del vuoto, o rimpianto di aver saltato dalla parte sbagliata.

Prendetevi tutte le altre, cambiare casa-città-lavoro-vita, ma questa no. Restare, scrivere, tornare, chiedere scusa, partire. Chiedetevi perché voi no.

Ma questa no. Questa decisione è mia, no: nostra, nostra soltanto.

Heidelbeer pie con accompagnamento voluminoso

Storie, storie, storie. Il giornalista, quello un po’ bravo, quello pagato, un po’ in via di estinzione, vive di storie. Lo scrittore pure.
Perché c’è una bella differenza fra scrivere bene di niente, ed avere qualcosa da dire.  Devo dire la verità, conosco diverse persone che sanno scrivere bene.
Dico un po’ di più la verità, tante volte ho sentito rivolgermi il complimento: mi piace molto come scrivi. Ecco, io non lo so se sia un complimento. Non ti dovrebbe piacere cosa scrivo soprattutto?

Ti può piacere quello che disegno, se non disegno niente? Insomma, cosa fa un buon scrittore, un buon giornalista? Cosa li differenzia da uno che “scrive bene”?  Siccome in tanti leggete ogni giorno, magari qualcuno mi potrà dire la sua.
La mia è: le storie.

Oggi ho trovato due storie, inaspettatamente, sotto la pioggia. Non posso rivelarle, non ancora, perché, appunto questo è  il mio lavoro: fare tesoro delle storie.

Consiglio di consumare questa torta accompagnandola con una storia bella, senza tempo, come quella degli intellettuali francesi del dopoguerra, quella di un omicidio a San Pietroburgo, quella di un condottiero tradito. Niente chiacchiere oggi, un bel libro spesso in cui accadono tante cose ed una torta, piena di deliziosi mirtilli tedeschi.

Ingredienti

Pasta frolla:
200gr farina
50gr zucchero
un pizzico di sale
acqua
100gr burro
1 uovo

Ripieno:
500 gr di mirtilli
100 gr zucchero a velo
20gr fecola di patate
3 uova
250ml panna

Mischiare la farina, lo zucchero ed un pizzico di sale. Aggiungere 4 cucchiai d’acqua e disporre a fontana. La definizione a fontana è fortemente fuorviante.
In realtà bisogna fare una montagna con gli ingredienti secchi e lasciare un buco in mezzo. In pratica: un vulcano. Questo mi ricorda che devo chiedere a mia nipote se ha costruito il vulcano che le ho regalato. Questo mi ricorda che devo smettere di tergiversare o stasera non vado più a dormire.

Adesso arriva la parte divertente. Circondare il vulcano di fiocchetti di burro. Versare l’uovo al centro del vulcano. Con un coltello, fare il gesto di tagliuzzare tutto il vulcano, fiocchetti di burro compresi.

O l’autore della vecchia enciclopedia di cucina si è divertito tanto a prendere in giro le casalinghe degli anni settanta o più probabilmente ho capito male il libro, che è tutto in tedesco.

Amalgare il tutto con le mani fredde, fredde mi raccomando o il burro si scioglie. Per lo stesso motivo, amalgamare solo il  tempo necessario. Assaggiare. Perché? Perché è buono.

Altra parte divertente: fare una palla con la pasta, avvolgerla nella pellicola trasparente e metteral in frigorifero per almeno un’ora.

E’ passata un’ora?

Adesso?

Bene. Stendere la pasta in una teglia, le mie preferite sono quelle di 22 cm di diametro, la pasta deve ricoprire il fondo della teglia imburrata e i bordi fino a circa 4cm di altezza. Rimettere in frigo mentre si prepara il ripieno

Mescolare lo zucchero con la maizena (o la fecola, tutti e due sono amidi vegetali- perché ci piace cucinare, ma abbiamo anche fatto le scuole grosse), le tre uova e la panna.

Spargere i mirtilli lavati (ma lo devo dire che i mirtilli vanno lavati?) sul fondo della torta. Riscaldare il forno a 180°.

Ricoprire i mirtilli con il liquido ripieno, i più coraggiosi nuoteranno verso la superficie.

Cuocere a 180° per 30 minuti. Servire tiepida spolverizzata di zucchero a velo.

Siccome di errori e torte si parla devo essere onesta. La prima volta che ho fatto questa torta è venuta fuori deliziosa, non riuscivo a smettere di mangiarla (e direte voi, che differenza c’è con le altre torte?)  Orso la sorvegliava giorno e notte. CHE FORTUNA.

La seconda volta ho sostituito i mirtilli con le more, raccolte dei miei piccoli nipoti aiutanti che ne hanno mangiato la metà per strada. E’ stato un errore, non i mirtilli mangiati, io sono la zia giovane e divertente, non mi occupo dei mal di pancia, ma mettere le more nella torta: sono troppo piene d’acqua ed il ripieno non è venuto altrettanto buono.

Una cosa che avete capito, è che mi diverto con poco, soprattutto se si mangia.

Torta ai mirtilli che sta per essere mangiata

An ice-cream in Kiel

 

Kiel, inserito originariamente da Lucy in giro.

“Per colpa sua!”. La gelataia risponde sicura, in italiano. Si vede che è un gioco che fanno da anni, lei e suo marito. Le ho chiesto come siano finiti in una gelateria in un paesino alla periferia di Kiel. Il gelataio di Heikendof viene da qualche parte vicino Castelfranco Veneto e conta i gusti in italiano. Cosi’ comincio a parlargli in italiano ed alla seconda volta siamo amici. Alla terza mi presenta la famiglia. Si chiama Renato, Luca suo fratello. Mi ha chiesto subito se sono “del Nord del nord”, vera o finta, io rido e gli dico vera e finta. Vera, sono nata e cresciuta in Brianza, vera, i miei genitori, come quasi tutti quelli dei miei amici, hanno volti e nomi che vengono d’altrove. Mi irriterebbe se fossimo a Treviso, ma a Heikendorf, è troppo sincero per essere convinto. Renato viene dal passato, e la gelateria Venezia con lui. Le gelaterie in Germania si chiamano Venezia o Sanremo, che non è che siano le patrie del gelato, ma tant’è. Ogni volta che passo mi chiedono fino a quando resto in paese. La gente qui non è amichevole; e in italiano non parla nessuno, cosi’ cercano subito di convincermi a insegnare subito ad Orso la nostra lingua.
Hanno lavorato per anni nella pizzeria del cugino, nel vicino villaggio di Laboe. Poi sono tornati in Italia per un attimo ma l’occasione di riprendere in mano la gelateria di un parente li ha riportati sul Baltico.
Penso ai commercianti di cucina libanesi di Place Monge che studiano farmacia ed hanno una moglie in Siria, alle giornaliste del giornale online alla moda che sorridono sempre. Sto diventando una ladra di storie. Un ultimo gelato ad Heikendorf prima di partire, un’ultima domanda.

E tu invece, come mai sei venuta fino qui?

Per colpa sua.

German diary: a new haircut

Da un anno a questa parte mi sono fatta tagliare in capelli solo in Germania, a Berlino a febbraio, a Kiel in agosto ed ora a Lipsia.
Mi piace fare qualcosa di ordinario in un paese straniero, e se non parliamo ma stessa lingua, meglio ancora.
Mentre aspetto scrivo, e quest’estate c’era tanto da aspettare.

Nel salone che ho scelto sulla Holtenauer Straße le parrucchiere, che per la maggior parte sono bionde tinte di scuro o bionde tinte di biondo, tagliano capelli biondi di clienti bionde.
Io ho i capelli marroni e non so come si dice tagliare, figuriamoci sfoltire.

Cathrine ha i capelli neri e fucsia, le dico che sono belli, le mostro una foto dei miei capelli rosa e mi chiede perché non farli di nuovo. Esito un attimo, anzi due.

No grazie, sono cambiata.

Lei parla poco inglese ma ho scoperto che i gesti giusti soppiantano facilmente le parole. Non credo che se mi fossi tagliata i capelli in una lingua conosciuta il risultato sarebbe stato diverso. Tanto si sa, i parrucchieri fanno sempre di testa loro, a tutte le latitudini del mondo.

In ogni caso, Cathrine era simpatica, i capelli mi piacciono, e il parrucchiere si chiama FON, ce ne sono anche a Berlino e Amburgo.

Sul mare dell’Est: East sea

Quando si parte per un luogo, c’è sempre una ragione: interesse, fuga, piacere. Si parte per lavorare o per studiare, per ritrovare la famiglia o andare a conoscere quella nuova di un amico. Ci sono luoghi dove vorremmo andare tutti, ed ogni ragione è buona. Altre volte c’è una sola ragione possibile per spiegare come siamo finiti li’: per amore.
Non credo che in altro modo mi sarei ritrovata a scrivere dalla biblioteca del Weltwirtschaft Institut sul fiordo di Kiel.

Kiel and its fjord

In realtà a me il Baltico piace e probabilmente ci sarei venuta in vacanza lo stesso, ma non qui. E non due volte in un anno.Perché il mio amore non è cieco: a prima vista Kiel è una città brutta. (Metto subito fine ad ogni speranza che questo articolo venga selezionato dall’ente per il turismo tedesco). Kiel sta in quella parte delle Germania che è un po’ già Danimarca. Un fiordo che d’inverno ghiaccia. Una città distrutta (era il porto principale del Terzo Reich) che ha perso quasi ogni traccia della sua storia. Il centro storico è in particolare vittima di questa ricostruzione. Una “città vecchia” che risale al 1950.

Kiel's "old" city centre

Il tempo pero’, per gli amanti di un agosto appena primaverile, è perfetto. In questo dicembre, invece, la massima è di meno sei gradi. Il fiordo è quasi completamente ghiacciato, di un elegante grigio azzurro.

The fjord of Kiel in summer
Non mancano abbondanti rifornimenti di pesce grasso, fra cui le deliziose aringhe in varie forme, matjes (non lo so tradurre) e sgombri (makrele) in panino. Si fa uno smodato uso di panna (sahne) e burro in torte e dolci, spesso riempiti di deliziosi (kostlich!) frutti di bosco come gli heidelbeeren (mirtilli), profumatissimi in estate. In dicembre poi, arriva finalmente il salmone selvaggio del Baltico. In cucina, sto imparando la lingua.