Documenting the Life of 20-Somethings

Perché certi ventenni ci mettono tanto a crescere? Da quando ho letto il lungo articolo scientifico pubblicato dal New York Times “ What it is about 20 somethings?” ne ho discusso con quasi chiunque mi capitasse a tiro, ma solo dopo mi sono chiesta cosa ne pensassi davvero io. Ci sono diversi punti che vale la pena discutere, e spero di farlo meglio del corriere della sera.
C’è qualcosa che non va. O meglio, c’è qualcosa che non sta andando come ci si aspettava. Un esercito, piccolo ma significativo e istruito, non sta andando dove ci si aspettava. I ventenni, e soprattutto i 25-29 enni, spesso quelli che sono andati all’università e l’hanno finita anche bene, non stanno continuando in linea retta verso il futuro che sembra aspettarli. Vengono chiamati boomerang, perché ritornano. A casa con i genitori (l’articolo tratta degli Stati Uniti, dove i ragazzi, supportati dai genitori o no, se ne vanno per studiare).
All’università per cambiare strada. Io sono decisamente un boomerang e credo che fra qualche settimana ne incontrero’ altri.

La società cambia: Necessità di studi più lunghi, mancanza di lavoro, contraccezione prima e rimedi per la fecondità poi. Sono solo alcuni dei fattori sociali che influenzano la nostra vita. Come tutti subiamo quello che c’è intorno a noi, ovvio che ne prendiamo anche i vantaggi. Ed alla fine sembra proprio che i giovani -ripeto una minoranza-ci stiano mettendo di più ad entrare nella fase adulta. La domanda è: tutto ciò è sufficiente a giustificare la scoperta di una nuova “età” della vita?
Parole d’ordine: incertezza, esperienza. Accumulare esperienze, sentimentali, lavorative, educative, affettive è diventato proprio dell’essere giovani adulti, non solo degli adolescenti. I cresciuti-non ancora cresciuti (grown ups not quite grown ups) sembrano più sperimentare che affezionarsi, e soprattutto più provare che prendere una decisione definitiva. Perché? Perché è un momento storico incerto. E se è incerto allora sai che finirà: tanto vale approfittarne il più possibile.  E dopo? C’è chi non riesce a preoccuparsi di passare 3 mesi in Russia e poi un anno in Cina, fare uno stage a Bruxelles e poi non sapere cosa succederà. C’è chi si arrovella per tutto il tempo. Presi nell’oceano di possibilità, pieni di strade giuste da percorrere, non avremo troppa paura di prendere proprio quella sbagliata?

Genitori e figli a confronto La considerazione che non siamo ancora cresciuti viene dal fatto che non abbiamo raggiunto le tappe considerate “normali” nell’evoluzione dell’individuo. Per farla breve: non sono sposata, non ho figli, non voglio comprare casa, non penso che in futuro farò i lavori che ho fatto negli ultimi tre anni. In altre parole, non sono sicura di cosa farò di me stessa nei prossimi cinque anni, mio padre alla mia età un’idea e due figli ce li aveva. Quando però sento dire (e mi dico io stessa) che non siamo là dove erano i nostri genitori, subito dopo penso che è vero anche il contrario. Non ci piove non ho figli, ma conosco l’Asia ed ogni giorno lavoro in una lingua che non è la mia. Cambiamo prospettiva: i miei genitori alla mia età non erano dove sono io.

Genitori e figli 2: complici soddisfatti Diciamoci la verità, a figli che trovano comodo non crescere, fanno da complici genitori che, ancora giovani, non vogliono avere figli adulti. Ma non è mica così semplice separarsi. Molto più facile separarsi da coloro con i quali si ha poco o niente in comune. Pensate alla distanza che esisteva fra i vostri genitori ed i vostri nonni, nati prima della seconda guerra mondiale: che avevano da dirsi? I nostri genitori babyboomers sono i primi ad avere tanto da spartire con i propri figli. Crescere però significa anche liberarsi, anche in modo conflittuale, della dipendenza (soprattutto morale e affettiva) dai propri genitori. Ma se i miei genitori ed i vostri sono più interessanti e colti e simpatici e interessanti delle persone che incontriamo abitualmente, come liberarmene? E soprattutto: perché dovrei?

Le aspettative deluse. Le nostre e le vostre. Siamo nati negli anni Ottanta, viviamo come una colpa di aver avuto tutto, soprattutto oggi che sembra non esserci più niente. E siccome siamo una piccolissima parte di mondo che ha avuto il mondo ai suoi piedi adesso non vogliamo deluderlo, non vogliamo deluderci.
Ma temere le proprie aspettative questo non mi sembra un sentimento nuovo. Simone de Beauvoir immaginava che avrebbe completato il suo primo romanzo a ventidue anni, ed a trenta non aveva ancora pubblicato niente. Persino lei ne soffriva, e per lenire questa frustrazione ai suoi personaggi faceva pubblicare i primi romanzi di successo a venticinque anni. Io a venticinque anni avevo un lavoro bello da pronunciare (e guadagnavo circa il doppio di quanto avrei guadagnato in Italia) ed ero infelice per aver scelto un’idea di me che non mi corrispondeva. O che non mi corrispondeva ancora, o che non mi corrispondeva abbastanza. Ho pensato che non ci fosse altro da fare che cercare ancora, e rimandare il resto. Sì, forse una me nata vent’anni prima avrebbe tirato dritto. Chi ha ragione?

E allora? Il mondo cambia sempre. Forse siamo di fronte ad una nuova scoperta dell’adolescenza, che è stato riconosciuta solo un secolo fa. Forse no, visto che il “fenomeno descritto”, al contrario dell’adolescenza, non accomuna tutti i 25-30enni al mondo, ma solo una piccola minoranza. Io dico: eliminiamo questa gara a tappe con le generazioni precedenti.
Cambiamo le regole, visto che il gioco è già cambiato.
Eliminiamo i riferimenti alla vita di quelli che oggi sono primipare quarantenni o settantenni con la moto, visto che sappiamo che non saremo né come gli uni, né come vogliono gli altri.
Siamo più infantili e insicuri di chi ci ha preceduto, ma stiamo imparando a vivere l’estrema incertezza e la caduta delle illusioni, perché non abbiamo altra scelta. Cosi’ anche se viziati e privilegiati, in questo siamo pionieri.

Forse ci sto davvero mettendo troppo tempo a crescere. Forse sono già cresciuta: in modo diverso.

Questo articolo è dedicato a Maddalena, Simona, Annalisa, Sabrina, Antoine, Anne Sophie, Aurore, Anca… insomma a tutti i tardoventenni che prendono continuamente nuove strade

Io non mi sono fatta mancare niente in termini di aspettative, da anni pensavo che nel 2009 sarei stata con la persona giusta, ventisei anni e mezzo mi sembrava l’età perfetta. Era estate e dovevo ancora lasciare la persona sbagliata: cominciavo a dubitarne seriamente. Poi uno sconosciuto mi ha detto di non preoccuparmi che tutto finisce bene, e se non finisce bene, è perché non è ancora finito. Non ho vinto il pulizter ma per una volta ci ho preso: come finisce, adesso, lo vedremo insieme.
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2 risposte a “Documenting the Life of 20-Somethings

  1. Questo è di gran lunga uno degli articoli più toccanti e azzeccati che abbia mai letto ……

  2. Pingback: Tweets that mention Documenting the Life of 20-Somethings | Un anno per sbagliare tutto -- Topsy.com

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